La prima inaugurazione della Biennale Arte 2026 sta per svolgersi, appuntamento giovedì prossimo nei famosi giardini veneziani per vedere il Padiglione Centrale tutto rifatto con i soldi del Pnrr, e non è ancora confermata ma è più no che sì - in questo tempo di burrasca con Pietrangelo Buttafuoco, presidente dell’istituzione culturale italiana più famosa nel mondo - la presenza del ministro Alessandro Giuli.
Intanto sono arrivate al ministero del Collegio Romano le carte che Giuli aveva richiesto alla Biennale e stanno per essere esaminate. Per vedere se l’adesione della Russia possa contenere un aggiramento delle sanzioni in vigore contro il regime di Putin. Insomma, non c’è di tregua nella conflitto che dilania - Giuli da una parte e Buttafuoco dall’altra, e tutto il mondo che ci sta guardando - la cultura di destra. Mentre tutti parteggiano per l’uno o per l’altro, un dato è certo e va sottolineato. Questo scontro, vero e anche personale oltre che politico e di governo (Salvini con il presidente della Biennale, Tajani con la Ue che è critica, FdI con il ministro e non con Buttafuoco il quale però ha un rapporto forte con Giorgia Meloni), rappresenta un buon segno. Dimostra che la cultura di destra è viva e sa dividersi su questioni profonde. Riassumibili così: trattare la Russia da nemica anche sul piano culturale e considerare dunque meritevoli di censura i suoi artisti? Aprire le trincee del pensiero o lasciarle chiuse quando è in corso una guerra? E quanto può essere larga l’autonomia della cultura (Mollicone di FdI: «Buttafuoco è andato oltre!») dalla politica e dalla geopolitica che in questa fase stanno facendo vivere all’Italia e agli altri Paesi europei uno scontro fortissimo, e molto legittimato dal diritto internazionale, con la Russia?














