C'è una data che pochi ricordano, eppure racconta molto dell'Italia che fu: il 20 marzo 1974. Quel giorno, con un voto di scarto — il suo stesso voto — Carlo Ripa di Meana diventò presidente della Biennale di Venezia. Un'elezione quasi paradossale, quasi un colpo di teatro. Ma da quella singola scheda sarebbe nata una delle stagioni più sorprendenti nella storia della cultura italiana del Novecento.

Ripa di Meana, intellettuale e politico di area socialista, non era uomo da gestione ordinaria. E la Biennale che ereditava non era un'istituzione qualunque: era un'istituzione ferita, ancora scossa dalle proteste del '68, quando studenti e artisti avevano investito i Giardini con la loro contestazione, accusando la manifestazione di essere diventata vetrina del mercato dell'arte anziché luogo vivo di ricerca e pensiero. Quell'ondata aveva lasciato il segno. Nei primi anni Settanta si respirava l'aria di una riforma profonda, di un rilancio che andasse oltre la semplice esposizione internazionale.

Ripa di Meana colse l'occasione. E lo fece subito, con una scelta che avrebbe fatto discutere.

L'11 settembre 1973 il generale Augusto Pinochet aveva preso il potere a Santiago con un colpo di Stato sanguinoso. Il palazzo della Moneda era andato in fumo, Salvador Allende era morto, e con lui l'esperimento democratico della Via cilena al socialismo. Migliaia di oppositori erano stati arrestati, torturati, uccisi o costretti a fuggire. Il mondo guardava inorridito.