Splende il sole in Laguna ma è gelido il clima tra i meandri della Biennale di Venezia. Ieri, per l’inaugurazione del Padiglione centrale dei Giardini di Castello ristrutturato coi fondi del Pnrr, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, non si è presentato. Niente di sorprendente: la sua assenza era già nell’aria da giorni. Lo scontro col presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, sulla presenza della Russia alla 61esima esposizione internazionale d’arte è ancora fresco. «Di quel che non si può dire si deve tacere», ha detto ieri Buttafuoco. Il Ministero della Cultura, intanto, sta verificando la documentazione prodotta dalla Biennale per appurare eventuali aggiramenti delle sanzioni da parte del Cremlino. «Se il governo russo facesse propaganda saremmo noi i primi a chiudere il padiglione. Io sono filo-ucraino, abbiamo gemellato Venezia con Odessa e la Russia è l’aggressore, ma noi non siamo in guerra col popolo russo e l’arte è aperta. Siamo sempre stati una città aperta e democratica. Noi ai popoli dobbiamo rispetto, e dobbiamo continuare sulla linea della diplomazia e dell’apertura, perché la pace si crea così», ha dichiarato il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro. Il governatore veneto, Alberto Stefani, ha stemperato le tensioni: «Sono convinto che il ministro Giuli verrà qui nei prossimi giorni e sono assolutamente convinto che non mancherà l’apporto del governo alla Biennale». Quanto alla polemica geopolitica, Stefani ha spiegato: «Io ho più volte ribadito la mia posizione e l’ho ribadita anche con atti parlamentari, perché sono stato membro della Camera dei Deputati. Nessuno è qui a fare questioni di carattere geopolitico, siamo qui per garantire uno spazio libero all’arte. L’arte non deve essere la scusa per fare la guerra ma deve essere un’occasione di pace, uno spazio libero». Il suo predecessore, oggi presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, ha proposto invece la firma di un documento a favore della pace «sottoscritto dagli artisti e affidato alla Biennale perché lo faccia vivere e lo porti al mondo: sarebbe un gesto concreto, forte, all’altezza del tempo che stiamo vivendo e della missione universale di Venezia». Un documento «capace di dire al mondo che la cultura non può tacere mentre crescono i conflitti» e che «richiami il valore del dialogo e della diplomazia, il rifiuto della guerra come soluzione alle dispute fra nazioni». «Può essere la Biennale, con il suo prestigio, a farsene portavoce di fronte al mondo», ha sottolineato il Doge.
Quel grande gelo alla Biennale tra Giuli e Buttafuoco | Libero Quotidiano.it
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