Quando sono scesa per un reportage nel bunker di un latitante di ’ndrangheta, ho visto le contraddizioni di una delle più potenti mafie del mondo. Quando ho letto gli interrogatori di Giusy Pesce, mi è stato chiaro anche il suo punto debole. Ora ne trovo conferma direttamente nelle riflessioni di colei che è (stata) La figlia del clan, titolo del libro-confessione che Giuseppina Pesce, tra i più importanti collaboratori di giustizia di ’ndrangheta, affida a Danilo Chirico, giornalista del Tg3.
La decisione di raccontarsi
È stata lei a sceglierlo. Anche Chirico è «cresciuto in una capitale mafiosa, il quartiere Archi periferia nord di Reggio Calabria». E la ’ndrangheta la respira da sempre, prima di raccontarla. «Ma la mia – precisa l’autore nell’introduzione – non è una famiglia mafiosa, quella di Giusy sì. Mi verrebbe da dire che la differenza è tutta qui». E questa forse è anche una delle ragioni per cui Pesce molti anni dopo l’inizio della sua collaborazione, quando la sua storia era già stata raccontata nelle cronache e nei saggi, protagonista di una serie televisiva e di altri progetti editoriali, ha deciso di presentarsi una sera a Chirico a un festival. Quando già da tempo lei viveva con altro nome. Lontano da Rosarno e dall’Aspra Calabria, direbbe Giorgio Bocca.




