Non solo topi. Il virus più temuto del momento, l’hantavirus, può rendere pericolosi anche animali che normalmente non sono considerati vettori. È accaduto con gli uccelli necrofagi che popolano la discarica alla periferia di Ushuaia, in Argentina, che l’ornitologo Leo Schilperoord, 70 anni, paziente zero, ha visitato insieme alla moglie il 27 marzo scorso, salvo poi accusare i sintomi provocati dal virus e morire l’11 aprile. L’hantavirus ad oggi non è considerato in grado di infettare gli uccelli ’domestici’ ma, avverte il virologo Roberto Burioni “i virus mutano e possono diventare più contagiosi”. In particolare l’hantavirus ha un’incubazione dai 45 ai 60 giorni e in quel periodo può trasformare quella che appare come una persona sana in una infetta, con ripercussioni anche gravi.

Cos’è l’hantavirus

In realtà parliamo non di uno ma di più patogeni appartenenti alla stessa famiglia, quella delle hantaviridae. Il vettore del contagio è rappresentato soprattutto da roditori selvatici, come topi e ratti, che possono eliminare il virus attraverso urine, saliva e feci senza manifestare sintomi evidenti. E l’essere umano si infetta principalmente inalando particelle contaminate disperse nell’aria, soprattutto in ambienti chiusi o polverosi dove sono presenti escrementi di roditori infetti. Più raramente il contagio può avvenire attraverso morsi, graffi o contatto diretto con materiali contaminati. Secondo il ministero della Salute, le malattie da Hantavirus possono manifestarsi in due forme principali: febbre emorragica con sindrome renale (HFRS), più diffusa in Europa e Asia e sindrome polmonare da Hantavirus (HPS), più frequente nelle Americhe e associata a insufficienza respiratoria grave.