Non serve un morso, non serve un contatto diretto e spesso non serve nemmeno vedere un topo per esporsi all’hantavirus. Basta entrare in uno spazio dove i roditori sono passati. Soffitte, cantine, garage, stalle, baite: luoghi comuni in cui il virus può restare invisibile, ma potenzialmente presente. In questo scenario, cani e gatti si inseriscono in modo meno intuitivo ma importante. Non perché rappresentino una fonte diretta di infezione, ma perché possono diventare il tramite attraverso cui un rischio “selvatico” entra fisicamente nello spazio domestico.

Un virus che appartiene ai roditori

L’hantavirus è una famiglia di virus che circola naturalmente nei roditori selvatici, in particolare topi, ratti e arvicole. Questi animali possono eliminare il virus attraverso urine, feci e saliva senza mostrare alcun segno di malattia, contaminando l’ambiente in cui vivono. Il contagio per l’uomo avviene soprattutto attraverso l’inalazione di particelle microscopiche sollevate in aria in ambienti chiusi e poco ventilati. Per questo motivo il rischio è spesso legato a contesti specifici come cantine, soffitte o edifici rurali, più che al contatto diretto con l’animale. In Europa alcune varianti, circolano soprattutto nelle aree forestali del Nord ed Est del continente. In Italia i casi sono rari e il rischio per la popolazione generale viene considerato basso, anche se la sorveglianza resta attiva.