Sono passati diciotto anni dal Delitto di Garlasco e forse è proprio questo il dato che dovrebbe farci fermare un momento. Diciotto anni. Una vita intera per molti ragazzi. Il tempo necessario perché un bambino diventi adulto. Eppure ci sono genitori che da quasi due decenni continuano a sentire il nome della figlia pronunciato ogni giorno tra ipotesi, dibattiti, ricostruzioni, sospetti, nuove piste, dettagli riesumati e parole dette davanti a telecamere o dentro uno schermo. C’è qualcosa di profondamente disturbante nel modo in cui stiamo vivendo questa vicenda.

Non parlo soltanto dell’aspetto giudiziario, che appartiene ai tribunali, agli investigatori, alle prove e alle responsabilità. Parlo di noi. Del modo in cui osserviamo il dolore. Del modo in cui lo consumiamo. Perché mentre il Paese si divide tra innocentisti, colpevolisti e teorie alternative, ci si dimentica quasi completamente che al centro di tutto questo non c’è un caso mediatico ma una famiglia che da diciotto anni vive una forma di trauma continuo, ripetuto, riattivato costantemente dalla voce degli altri. Da psicologo credo che una delle cose più violente che possano accadere a un essere umano sia non poter mai elaborare davvero un lutto. Il dolore, per essere attraversato, ha bisogno di tempo, di silenzio, di protezione. Ha bisogno di luoghi mentali in cui il ricordo possa lentamente trasformarsi senza essere continuamente strappato via. Ma quando una tragedia diventa spettacolo permanente, quel processo si spezza.