Quel pasticciaccio brutto di Garlasco. Diciannove anni di rincorse, di carte bollate, di udienze, avvocati e periti, due gradi di giudizio e un rinvio in Cassazione nel filone principale, quello concluso con una condanna (ad Alberto Stasi, di sedici anni), una richiesta di revisione già respinta e una che verrà avanzata nei prossimi mesi, un procedimento d’archiviazione a carico di Andrea Sempio nel 2017 (riaperto, in un certo senso, adesso) e un’ennesima inchiesta, del 2013, che viene a galla solo ora, che si è spenta con un nulla di fatto (cioè con un altro stralcio prima ancora del dibattimento) e di cui, per oltre un decennio, non s’è mai saputo niente. L’incartamento sul delitto di via Pascoli rispecchia la vicenda da cui prende forma: è un mezzo caos, un guazzabuglio intricato, un insieme di episodi che, al posto di fare chiarezza, complicano ogni cosa.
Eccola qui, l’ultima (non per senso cronologico), aggrovigliata puntata: tredici anni fa, un faldone «contro ignoti», avviato e riposto nel cassetto sulla base di una «denuncia-querela» della difesa di Stasi (almeno così si legge in una memoria depositata nel fascicolo odierno dalla procura di Pavia), che ai tempi non aveva nemmeno subìto il processo bis ed era ancora a piede libero. Numero di registro 255/2013: due annidi approfondimenti per arrivare, nel 2015, un paio di settimane prima del verdetto contro Stasi, all’archiviazione secca perché «per il delitto di Chiara Poggi si procede già nell’ambito di un altro processo penale a carico di un indagato noto» (ossia il suo fidanzato di allora) e considerato anche che «a oggi (ossia al 2013) non è emerso alcun elemento per ipotizzare ulteriori responsabilità a carico di terzi».











