MILANO. Per l’accusa è la firma dell’assassino quella mano destra fresca e «bagnata» rimasta sul muro delle scale che portano alla cantina, proprio a un passo dal corpo martoriato di Chiara Poggi. La famosa «traccia 33» per mesi è rimasta al centro del dibattito, valorizzata dai magistrati e contestata dagli avvocati, a partire da quelli della famiglia Poggi. È un’impronta che la procura di Pavia ha attribuito con quindici minuzie alla mano di Andrea Sempio, su cui non a caso si era concentrato già il Ris di Parma nel 2007. Proprio per via degli accertamenti compiuti all’epoca, il «grattato» dell’intonaco del muro è andato distrutto. Ma per ricostruire la storia di una traccia così importante i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano hanno sentito a verbale i colleghi che se ne erano occupati. «Si vedeva che era una mano destra e “faceva senso”- è l’allora comandante della sezione impronte del Ris Aldo Mattei a parlare - perché era evidente che si trattasse di una mano che si era appoggiata su quella parete nel luogo dove era stato rinvenuto il cadavere». Aggiunge che era «evidente che il deposito aminoacidico fosse consistente poiché l’impronta aveva un colore acceso, una reazione che può essere data da numerosi elementi che contengono aminoacidi come sudore, bianco d’uovo, sangue, sangue lavato». E conclude: «A differenza delle altre impronte, la 33 sembrava lasciata da una mano bagnata. Con una mano asciutta quell’impronta non esce».
L’impronta fresca e la corruzione, ecco le prove che inguaiano Sempio
Negli atti le testimonianze dei vecchi investigatori: «Traccia bagnata, era dell’assassino». Le soffiate sull’inchiesta del 2017. Il padre: «Bisogna trovare il…









