La maggior parte dei consumatori non è più abituata a esercitare spirito critico, che richiede tempo e fatica. Una banalizzazione delle scelte su cui qualcuno fa business
di Gabriele Rosana
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“It’s the economy, stupid!”. Nel 1992, James Carville, stratega politico di Bill Clinton, sintetizzò in una battuta la ricetta per vincere le elezioni. Quasi 35 anni dopo, quella formula funziona ancora. Ma l’economia che orienta il comportamento si è estesa a nuovi orizzonti, oltre redditi, salari e inflazione, fino a catturare l’attenzione, il Sacro Graal di un mondo iperconnesso. Brand, piattaforme e politica competono per la stessa scarsa risorsa: il tempo mentale. Lo fanno accorciando il percorso tra desiderio e azione impulsiva, creando un ponte diretto tra la curiosità e un semplice clic. E, di fatto, rendono più conveniente pensare meno. La soglia di attenzione, dopotutto, è un bene di cui c’è scarsa disponibilità, e catturarla è il vero vantaggio competitivo, soprattutto in anni che hanno visto il tempo trascorso davanti agli schermi passare dalle nove ore in media del 2012 alle 11 del 2019. Tra film e serie tv – ha raccontato in una recente intervista l’attore e produttore americano Matt Damon –, si è diffusa la necessità di riproporre a breve distanza i principali sviluppi della trama per assicurarsi di intercettare spettatori che quasi certamente hanno lo smartphone in mano. E anche i bestseller si stanno adattando: i libri in cima alle classifiche delle vendite si sono ristretti di una cinquantina di pagine nell’ultimo decennio.














