Inuovi analoghi di Glp-1 hanno rivoluzionato il trattamento dell’obesità, ma la loro efficacia a lungo termine dipende in modo cruciale da un fattore spesso trascurato: l'esercizio fisico. Il tema è stato affrontato da un editoriale appena pubblicato sulla rivista Jama da tre esperti di Harvard e del Pennington Biomedical Research Center di Baton Rouge, che sottolinea come l'integrazione tra terapia farmacologica e movimento sia fondamentale almeno per due ragioni: aiuta a mitigare la perdita di massa magra (e il conseguente rischio di sarcopenia), e riduce le probabilità di recuperare i chili persi per i pazienti che sospendono la cura. Visti i benefici – scrivono i tre autori della perspective – vi è ancora troppa poca attenzione a questo tema da parte dei medici che prescrivono i nuovi farmaci anti-obesità, e il rischio è che i medicinali vengano considerati un’alternativa all’esercizio, invece che una terapia di supporto all’interno di una strategia integrata contro l’obesità.

Oltre il Bmi: un nuovo algoritmo indica chi davvero rischia per l'obesità, a prescindere dal peso

04 Maggio 2026

La sinergia tra farmaco e movimento

L’analisi chiarisce che, sebbene i farmaci come semaglutide o tirzepatide siano estremamente efficaci nel ridurre l'introito calorico (dal 16% al 39%), l'esercizio fisico agisce su binari metabolici differenti e complementari. Mentre il farmaco riduce l'appetito agendo sul sistema nervoso centrale, l'attività fisica migliora la sensibilità insulinica, e aumenta la funzione dei mitocondri, le centrali energetiche delle nostre cellule. Questa combinazione permette di ottenere risultati superiori: una ricerca citata nell'articolo dimostra ad esempio che chi unisce l'attività fisica alla terapia perde in media 9,5 kg in un anno, contro i 6,8 kg di chi si affida solo ai farmaci.