La diffusione degli analoghi di Glp-1 per il trattamento dell'obesità non sta cambiando solo la medicina, ma anche la società, e non sempre nei suoi aspetti più positivi. Se un tempo, infatti, era il grasso ad essere causa di stigma, oggi anche il dimagrimento può esporre a pregiudizi e censure, quando è percepito come frutto non di fatica e forza di volontà – riservate a chi perde peso con dieta ed esercizio – ma piuttosto della presunta “scorciatoia” rappresentata dai farmaci. Un atteggiamento ingiusto e dannoso, ma purtroppo estremamente diffuso, come testimonia una ricerca condotta dai ricercatori della Georgetown University, e pubblicata sulla rivista Stigma & Health.

Quanti passi dobbiamo fare al giorno per tenere lontane obesità e altre malattie croniche?

15 Aprile 2026

Il mito della forza di volontà

Gli autori dello studio hanno analizzato le reazioni di 402 donne americane con obesità o sovrappeso, poste di fronte a due diversi scenari di dimagrimento: una donna (che poteva essere bianca o nera) che aveva perso il 15% del peso corporeo grazie ad un programma di dieta e allenamento fisico, o una (anche questa bianca o nera) dimagrita allo stesso modo ma utilizzando i farmaci dimagranti di nuova generazione. I risultati mostrano che l'uso di analoghi di Glp-1 genera livelli più alti di stigma, in particolare sentimenti come la “grasso-fobia”, l’antipatia e il desiderio di esclusione sociale. E che questo accade perché la terapia farmacologica viene percepita come una scorciatoia facile, che rende inutili gli sforzi e l’impegno che la società ritiene tradizionalmente necessari per la perdita dei chili in eccesso.