Perché i Promessi Sposi sono così indigesti, seccanti, soprattutto tra i più giovani lettori? Lo sono perché Manzoni da un secolo e mezzo rappresenta il canone scolastico per eccellenza. L’antimanzonismo iniziò quando Manzoni fu etichettato dai principi della Scapigliatura come un “padre malato”. Tarchetti ripudiava la visione provvidenzialistica e la lingua manzoniana, preferendo tematiche irrazionali, macabre, ammirando Baudelaire e Poe. Eppure Manzoni distribuisce nel suo romanzo momenti horror, elementi gotici e terrificanti (come il castello dell’Innominato), personaggi inquietanti e temi da romanzo nero: la violenza a una giovane o la monacazione forzata. La storia della Monaca di Monza è degna del Marchese de Sade per erotismo e crudeltà.
Manzoni affronta con genio il motivo della iniziazione alla carriera del vizio, che riveste nell’opera del Divin Marchese un’importanza centrale. Forse per questo motivo Umberto Eco consigliava: «Leggetelo di nascosto, sotto il banco, come fosse un libro proibito». M’innamorai di Manzoni e del suo romanzo a vent’anni, seguendo le lezioni di Isabella Superti Furga a Milano. Per l’esame di storia moderna preparai una ricerca su Don Gonzalo Fernández de Cordoba, che fece assediare Casale dal più valente generale di Spagna, Ambrogio Spinola. Manzoni nel capitolo XIII dedica pagine stupende al Gran Cancelliere spagnolo a Milano, Antonio Ferrer, che sostituiva il governatore di Milano, Cordoba, impegnato nell’assedio di Casale. È il racconto manzoniano della rivolta di San Martino (1628), quando Ferrer salva dalla «gente bestiale» il vicario ed esclama, battendo la mano sulla sua zucca monda: «que dirá de esto su excelencia, che ha già tanto la luna a rovescio, per quel maledetto Casale, che non vuole arrendersi?».










