Cosa c’entra un paiolo di polenta con l’Alto Adige del vino? Sembra più una domanda da settimana enigmistica, ma la risposta è molto più ampia di una vicinanza geografica. La storia della polenta di Caldaro è legata da un sottile filo di invisibilità a quella della Schiava, il figliol prodigo dei vitigni autoctoni della Südtiroler Weinstraße, tra filari verdissimi e un lago scintillante ai piedi della Mendola, la polenta racconta una storia che attraversa campi, vendemmie e generazioni di contadini. Il paesaggio ameno appena descritto ha attraversato varie fasi prima di rivolgersi a noi nella sua forma attuale. Prima che vigneti e meleti disegnassero il paesaggio dell’Oltradige come lo conosciamo oggi, infatti, attorno al lago cresceva anche il mais.

Un pranzo tra i vigneti (Ass. turistica Caldaro al lago_Marion Lafogler)

La nascita

Da quel cereale nasceva la polenta di Caldaro, un alimento quasi primordiale, che per secoli ha accompagnato la vita agricola di queste terre. Per circa trecento anni il mais ha fatto parte non solo della “splendida cornice”, ma anche del quadro stesso dell’Oltradige, essendo nutrimento primario. Le pannocchie maturavano nei campi che circondavano il lago, favorite da un microclima particolare. Il bacino, poco profondo e considerato il più caldo tra i laghi alpini (in estate l’acqua è davvero calda), mantiene temperature miti e un’umidità equilibrata che rende fertile questa striscia di terra. In quello stesso scenario che oggi appare dominato dalla vite e dal melo, il mais era una coltura familiare e diffusa.