Il 25 aprile non è una commemorazione neutrale, né un contenitore da riempire a piacimento: è la data in cui si celebra la fine di un regime che, fra l’altro, ha perseguitato, espulso, deportato e ucciso migliaia di ebrei italiani, e la vittoria di chi, in forme diverse, ha contribuito a sconfiggerlo. Dentro questa storia stanno insieme la Brigata Ebraica, che ha combattuto sul suolo italiano contro il nazifascismo, e ricordiamolo, perché c’è chi il 25 aprile ne vorrebbe cancellare la storia: fu un’unità dell’esercito britannico composta da volontari ebrei della Palestina mandataria, veri combattenti antifascisti sul suolo italiano, che hanno contribuito a liberare diverse aree del Nord. E insieme a loro gli ebrei italiani, che quelle persecuzioni hanno subito, partecipando essi stessi alla Resistenza, come partigiani, staffette, organizzatori. Vi dicono qualcosa nomi come Eugenio Colorni o Leone Ginzburg? La Festa della Liberazione riguarda anche loro, a pieno titolo. Non come elemento “laterale”, ma come parte integrante della storia che si celebra. Senza di loro, quel racconto è mutilato.

Da anni il 25 aprile è preso in ostaggio da parassiti. Chiamiamoli così, una volta per tutte. Sono i parassiti del 25 aprile: l’Anpi, con la sua immonda dirigenza, e questi fan dell’islamismo politico che odiano gli ebrei e Israele, che sventolano in primis la bandiera palestinese e usano questa data per fare propaganda, paragonando la Resistenza italiana alla situazione palestinese, pur sapendo benissimo che Gaza non è governata dalla resistenza ma da Hamas. È una torsione infame del significato storico.