«Fossi in Pakistan saresti già morta, ti avrei già tagliato la gola con un coltello: le donne della tua nazionalità sono tutte delle p...». Andreea non poteva immaginare, poco più di quattro anni fa, che quell’uomo conosciuto in palestra, all’inizio pieno di premure da considerarlo quasi perfetto, diventato padre della loro bimba, si sarebbe tramutato nel suo peggior nemico. «Mi picchiava in continuazione lasciandomi lividi sul collo e sulle guance. Mi controllava le telefonate, mi insultava, era ossessivamente geloso» racconta la donna, nata in Romania, ma residente in Italia da anni, con il padre. Il suo ex convivente, Tasawar Hussain, 37 anni, pakistano, residente a Baldissero d’Alba, è stato condannato dal tribunale di Asti a 2 anni e sei mesi di reclusione per maltrattamenti. In più dovrà corrispondere una provvisionale di 10 mila euro all’ex compagna, 5 mila alla figlia e 1500 al padre della donna, per tutte le sofferenze provocate in casa. Pugni e cicatrici Il capo di imputazione nei confronti dell’uomo è una lunga sequenza di episodi di violenza, iniziati nel 2023 e protratti fino al 2025. «L’anno scorso, mentre eravamo in macchina, mi ha colpita con un pugno sul labbro, tanto forte da farmi sanguinare e da lasciarmi una cicatrice permanente» racconta la donna, assistita dagli avvocati Silvia Calzolaro e Marco Calosso. E spesso ripeteva quella frase. «Se fossi in Pakistan - diceva - ti avrei già ucciso. Ti avrei tagliato la gola». Inoltre gli episodi di violenza avvenivano anche di fronte alla bambina. Di più: alla nuova compagna aveva anche nascosto di aver una moglie e un bimbo piccolo in Pakistan. La donna, per lungo tempo, ha subito le violenze, celandole anche al padre. «Un giorno - ricorda - mio papà mi ha vista con un livido in faccia. Non ho avuto il coraggio di dirgli che era stato Tasawar a farmelo, tirandomi un pugno. Gli ho detto che mi ero fatta male in palestra». Altre volte, quando lei era in casa, il padre la vedeva triste, taciturna. «Era diventata un’altra persona. La vedevo soffrire e non potevo fare nulla» afferma il padre. L’aiuto dall’associazione Mai +Sole La svolta è arrivata quando Andreea, al culmine delle sofferenze, ha trovato il coraggio di rivolgersi all’associazione Mai +Sole. Così è scattata la denuncia, approdata in procura lo scorso agosto. Gli inquirenti hanno avviato subito un Codice Rosso e l’uomo, pur rifiutando il braccialetto, è stato sottoposto a misura cautelare: allontanamento dalla casa familiare e divieto di avvicinamento alla persona offesa. Nei giorni scorsi è arrivata la condanna. I legali della donna, tra le richieste formulate come parti civili, hanno ottenuto il riconoscimento del danno morale subito dal padre. Per tutta quella sofferenza che aleggiava in casa e avvelenava le loro vite.