SPILIMBERGO - Una convivenza familiare difficile, resa ancor più dolorosa da un marito e padre violento. Lo scenario ricostruito dalla Procura di Pordenone ha portato a un capo di imputazione che ha chiamato un immigrato africano che vive nello Spilimberghese a difendersi dalle ipotesi di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e percosse.

Il processo, discusso ieri in udienza preliminare con rito abbreviato, ha visto un ridimensionamento dell'imputazione. Per i pugni sferrati al figlio adolescente l'imputato è stato prosciolto dal gup Francesca Vortali perché mancava la querela. Per i sei anni di maltrattamenti in famiglia è stato assolto con formula dubitativa perché il fatto non sussiste, mancava l'abitualità, come ha sottolineato la difesa.

L'uomo è stato invece condannato per aver costretto la moglie a subire violenza sessuale. Il pm Enrico Pezzi, partendo da una pena base di sei anni e mezzo, riconoscendo lo sconto di pena di un terzo previsto dal rito abbreviato, ha concluso per 3 anni e 8 mesi di reclusione. Il gup ha inflitto tre anni, a cui si aggiungono tutte le interdizioni previste in questi casi. «Sono soddisfatto per un episodio ridimensionatosi rispetto alle iniziali accuse - ha commentato la difesa, l'avvocato Fabiano Filippin -. Ringrazio lo stesso pm per aver sottolineato certi aspetti estremamente delicati di episodi che riguardano comunque culture molto particolari e chiuse, senza grandi rapporti con la comunità locale».