VENEZIA - Lo strappo si è consumato a metà pomeriggio, attraverso un comunicato di quattro righe scarse, al culmine dello scontro sulla Russia. Il dicastero della Cultura ha annunciato che «il ministro Alessandro Giuli non si recherà a Venezia nelle giornate di pre-apertura della 61° Esposizione d’Arte della Biennale di Venezia né parteciperà alla cerimonia di inaugurazione», previste rispettivamente dal 6 all’8 e il 9 maggio. Non era mai stata registrata una simile assenza istituzionale, perlomeno negli ultimi vent’anni quando Ca’ Giustinian era guidata da Paolo Baratta e Roberto Cicutto.

Eppure accadrà fatalmente proprio adesso che al vertice c’è Pietrangelo Buttafuoco, l’intellettuale di destra nominato dal governo Meloni. Una frattura politica, ma anche personale: i due sono stati colleghi al Foglio e, soprattutto, sono (erano?) amici da una vita. Un finale amaro, nella giornata che il presidente forse sperava potesse ancora serbargli una qualche dolcezza, quando di buon mattino ha postato un’immagine floreale: «Non lo conoscevate, vero, quest’uso di succhiare un fiore di gelsomino e poi baciare?».

È l’incipit del suo libro “Il dolore pazzo dell’amore” e chissà se è un messaggio da decifrare pure questo, nel dialogo dannunziano che ha scandito l’ultimo mese e mezzo di tormenti privati e silenzi pubblici, dopo le fragorose dichiarazioni di Giuli il 10 marzo a Roma. Fisicamente assente alla presentazione del Padiglione Italia, il ministro aveva spiazzato Buttafuoco con un videomessaggio: «L’Italia appartiene al mondo libero ed è felice di valorizzare qualsiasi forma artistica, anche l'arte dissidente. Non si può dire lo stesso delle autocrazie che, all’interno della Biennale di Venezia, sono titolari di padiglioni come quello della Federazione Russa che verrà aperto, contrariamente all’opinione del Governo italiano che rappresento, per la libera e autonoma scelta della Biennale di Venezia che siamo tenuti a rispettare».