«L'autore si considera un apolide della sinistra». Così scriveva nel 2009 in A destra tutta. Dove si è persa la sinistra? Biagio de Giovanni, il grande filosofo scomparso ieri a Napoli, la città ove era nato il 21 dicembre 1931. E così continuava: «L’apolidìa ha dei vantaggi. Non richiede nessuna acritica lealtà a una patria che non c’è, e mette nelle condizioni di pensare senza quei vincoli di appartenenza che talvolta possono giocare dei brutti scherzi». In verità con la sinistra, anzi con il marxismo di cui è stato in Italia uno dei maggiori interpreti, de Giovanni aveva fatto i conti già al momento della caduta del muro di Berlino con un articolo, nell’agosto 1989 che non poco aveva fatto infuriare i lettori de L’Unità: C’era una volta Togliatti e il comunismo reale. La necessità per la sinistra di voltare radicalmente pagina, de Giovanni la ribadì in La nottola di Minerva: PCI e nuovo riformismo (Editori Riuniti, 1989) e, ancor più, in Dopo il comunismo (Cronopio, 1990). In quest’ultimo libro, dopo aver osservato che «la fine del comunismo reale è la fine della radicalità di Marx, della sua filosofia della storia», de Giovanni scrive che, se «nel mondo resta certamente un vuoto, esso non si può riempire ricominciando a suonare la stessa musica». Quale fosse la nuova musica che per lui occorreva cominciare a suonare è presto detto: la democrazia liberale occidentale, da un punto di vista politico; la filosofia crociana, in sede teorica. Era stato proprio Benedetto Croce infatti, giovanissimo, a smontare la filosofia della storia marxiana, tenendo però ferma l’adesione a quel realismo politico, che restava anche per de Giovanni l’orizzonte imprescindibile in cui collocare e pensare il fatto politico.