Non ditegli che è presente troppo spesso perché la prende a male e forse ha pure ragione: a Napoli c’è ancora qualche evento politico, sportivo o culturale dove per mera stravaganza non viene chiamato. E talvolta si pubblicano addirittura libri, in una città tanto feconda di scrittori quanto sterile di lettori, senza la sua prefazione o la sua presentazione. Curiose eccezioni, perché per queste mansioni ormai lo cercano da tutta Italia: anche Claudia Conte, e sapete chi è, per il libro La Voce di Iside ha beneficiato della sua bollinatura letteraria (ma lui confessa di non ricordare cosa le ha scritto). Perché di norma Maurizio de Giovanni – la “d” nel tempo ha subìto un nobiliare abbassamento, come per d’Annunzio – elargisce con generosità la sua partecipazione a dozzine di iniziative.

Di persona, per iscritto, firmando appelli e petizioni, da uno schermo televisivo locale o nazionale, via radio, sui social, in ologramma. Se Padre Pio si bilocava, lui può tri o quadrilocarsi anche per gli argomenti trattati. Lo vedi a una convention di +Europa, in un panel del Pd e a illustrare il libro del flotillero Arturo Scotto pubblicato da un editore fiorentino; interviene in un talk show sui rapporti tra il Napoli e Lukaku, esterna un’opinione sul bradisismo o sui problemi della scuola, lo becchi nel docufilm su Mario Merola e può spiegarti come si fa, se ancora si fa, l’autentico ragù (gli archivi lo restituiscono anche assieme alle figlie di Peter Kolosimo per discettare sull’opera paterna). Sta ammaliando con le sue opere il resto della Penisola, ma coltiva assiduamente il rapporto con la città (“la mia Napoli”) come i politici avveduti d’una volta curavano il collegio elettorale. Lui però nulla domanda in cambio. Esserci è la ricompensa.