Non per scimmiottare la buonanima di Indro Montanelli, che comunque me l’avrebbe amichevolmente e generosamente permesso, e tanto meno per paragonare Gianni Alemanno addirittura al bandito Graziano Mesina, entrato a suo tempo nelle grazie del maestro del giornalismo italiano, mi chiedo che ci stia a fare l’ex sindaco di Roma, ex ministro, ex leader della cosiddetta destra sociale, a Rebibbia. Dove contribuisce suo malgrado al sovraffollamento penitenziario, riceve e accompagna visitatori eccellenti, com’è accaduto di recente col presidente della Camera Lorenzo Fontana, con tanto di foto d’occasione, per aiutarli a comprendere i problemi che ha preso a cuore e di cui scrive lettere ai giornali. Ma non solo.

Ne scrive, o manda copie, anche ad ex colleghi parlamentari, di ogni colore, anche opposto al suo. Che ne fanno uso leggendole in aula. Anche a costo, giornalista pubblicista com’è, di perdere tanto corrispondente o inviato a Rebibbia e, metaforicamente, in tutti i penitenziari italiani, mi piacerebbe che qualcuno tirasse fuori dalla cella Alemanno. Che, per quanto gravi possano essere apparse al giudice di sorveglianza che se ne occupa le trasgressioni imputategli nella esecuzione ai cosiddetti servizi speciali della pena di un anno e dieci mesi inflittagli per il reato di traffico d’influenze, non mi sembra francamente meritare quello che gli è accaduto e gli accade ancora.