È una vecchia strategia: se non puoi sconfiggere il nemico perché è più forte dite, o perché non hai idee spendibili, prova a dividerlo e a delegittimarlo. Dopo l’articolo con cui Marcello Veneziani esprimeva un giudizio poco generoso su quanto fatto finora dalla destra, e soprattutto dopo le prese di posizione e gli interventi di altri intellettuali ascrivibili a quell’area politico-culturale, a sinistra si ripropone in questi giorni lo stilema del divide et impera, seppure con una novità: si prova a dividere il nemico nel campo culturale e non in quello strettamente politico.

Un esempio è l’editoriale con cui Massimo Giannini ieri su Repubblica ha diviso gli intellettuali di destra in “buoni” e cattivi”, a seconda che si siano schierati nella polemica che è seguita all’articolo di Veneziani con lui o contro di lui. Ecco allora che, fra i primi, troviamo Franco Cardini, Giordano Bruno Guerri e persino un Mario Giordano che, dopo tanti attacchi ricevuti da sinistra, viene ora definito uno “spirito libero”.

Ed ecco che fra i “cattivi” viene annoverato “persino” Giuliano Ferrara che ha parlato a proposito di Veneziani di “nannimorettismo”. L’impresa di dividere gli intellettuali di destra è a dir poco vana e per un semplice motivo: la destra culturale è già da sempre divisa per conto suo. Ognuno degli intellettuali di destra ha sue idee, opinioni, sensibilità, e non ama intrupparsi e confondersi con altri. Questo esibito e vissuto pluralismo è però, a ben vedere, un merito e non un limite, ciò che veramente distingue la destra culturale dalla sua controparte.