Guai a mettersi in mezzo quando litigano due intellettuali di destra. Per questo nessuno qui si schiererà toto corde con Marcello Veneziani o con Alessandro Giuli, ci mancherebbe. Però una cosa va detta: se Giuli non avesse risposto come ha risposto, l’articolo in cui Veneziani accusava il governo Meloni di democristiano immobilismo sarebbe passato inosservato (ne abbiamo letti altri tre o quattro dello stesso tenore e non avevano suscitato il clamore di questo ultimo). I cronisti del colore non aspettavano altro che una bella lite, per una certa stanchezza sonnacchiosa dopo avere cercato di mettere pepe nelle dispute presunte tra Salvini e Tajani. Qui si vola sulle alte vette del pensiero di destra e ciascuno vuole dire la propria.
Diciamo intanto che Veneziani non è uno che le manda a dire: dopo Fiuggi accusò An di avere espulso il fascismo come si fa con un calcolo renale, cioè orinando. Tutti i nostalgici del Msi gliene furono grati. Ancora, colpì Fini con durezza – regnante Berlusconi – per il fattaccio di Montecarlo ma anche Giuli con il suo libro Il passo delle oche non era stato tenero.
Per dire che, a destra, chi si mette contro il capo del momento gode sempre di una certa simpatia e si merita l’aureola del “ribelle” (purché non si tocchi Lui, il Duce, e Giorgio Almirante). Certo, lo sanno tutti, dietro c’è anche e sempre un po’ di voglia di svuotare le scarpe dai sassolini (chi non ne ha?). E tanto potrebbe bastare per chiudere la faccenda incresciosa dell’articolo di Veneziani su La Verità pubblicato guarda caso proprio dopo i fastidi Atreju.








