Ridurre le ricadute, rallentare la progressione della disabilità e, possibilmente, guadagnare anni di vita senza sintomi. È questo l’obiettivo delle terapie per la sclerosi multipla, una malattia cronica che colpisce milioni di persone nel mondo. In questo scenario arrivano nuovi dati incoraggianti su fenebrutinib, un farmaco orale sperimentale, presentati al congresso annuale dell’American Academy of Neurology 2026. I risultati provengono da due ampi studi di Fase III, FENhance 1 e FENhance 2, e mostrano una riduzione significativa delle ricadute nei pazienti con sclerosi multipla recidivante (SMR, la forma più comune della malattia).

Sclerosi multipla: così muoiono i neuroni nella corteccia cerebrale

07 Aprile 2026

Tempo alla ricaduta più che duplicato

Il dato che colpisce di più riguarda proprio le ricadute, cioè quei peggioramenti improvvisi dei sintomi che segnano il decorso della malattia. Nei due studi, fenebrutinib ha ridotto il tasso annuale di ricadute rispettivamente del 51% e del 58% rispetto a teriflunomide, un trattamento già in uso. Tradotto in termini più concreti, significa che i pazienti trattati con il nuovo farmaco possono arrivare ad avere una ricaduta ogni 17 anni. Il tasso di ricaduta è stato ridotto in modo consistente in tutti i sottogruppi di pazienti. Le riduzioni maggiori sono state osservate nei pazienti con caratteristiche di malattia più infiammatorie, tra cui lesioni cerebrali attive, età più giovane, diagnosi più recente e minore disabilità, il che evidenzia il potenziale di fenebrutinib come opzione terapeutica orale ad alta efficacia per queste popolazioni di pazienti.