Il focus è tutto, o quasi, sul Mezzogiorno. Perché è l’area del Paese cresciuta di più in termini percentuali negli ultimi anni (+8,6% di Pil tra 2019 e 2025 contro il +6,5% della media nazionale). Perché è qui che sono stati registrati dall’Istat i miglioramenti più costanti dell’occupazione, specialmente quella femminile. E perché, nonostante ritardi importanti (a partire dal mercato del lavoro), inefficienze e contraddizioni, il Sud «non appare più esterno o marginale rispetto ai grandi processi di trasformazione ma come un territorio già connesso anche se non ancora abbastanza forte da trattenere in misura adeguata il valore che contribuisce a generare», come scrive SRM nel recente volume dedicato al “Sud che innova e produce”.
Cosa accadrà, allora, a quest’area alla luce delle previsioni a breve termine di un importante rallentamento dell’economia nazionale, tra scenari geopolitici ricchi di incognite e la frenata imposta dallo sforamento del 3% del rapporto deficit/pil? Analisti ed esperti oscillano tra pessimismo e realismo ma su un punto sono disposti a concordare: se anche a fine 2026 e nel 2027 la crescita del Sud non sarà per il quarto anno di fila superiore alla media Italia, resterà comunque allineata ad essa, senza cioè contraccolpi negativi tali da rimettere in discussione il trend attuale. «Anche nel 2026 la spinta del Pnrr si manterrà su livelli significativi – dice l’economista di SRM Salvio Capasso – e anzi, con l’ultima rata che sarà la più “ricca” delle dieci previste, l’impatto sarà quasi certamente rilevante. Il Mezzogiorno è l’area del Paese che ha tratto più beneficio dall’attuazione del Pnrr in termini di investimenti e dunque è molto probabile che i numeri relativo al 2026 si manterranno nell’attuale range. Ma c’è anche molto altro: ci sono gli investimenti della Zes unica che stanno continuando a ritmo significativo e ci sono i fondi della Coesione da spendere. La programmazione 2021-27 è stata appena iniziata dalle Regioni che si sono dovute concentrare sul Pnrr e dunque, attualmente, le risorse impegnate sono assai modeste. Ma il Sud tra fondi strutturali europei e fondi nazionali della Coesione ha quasi 100 miliardi da spendere nei prossimi 3-4 anni. E questo autorizza a credere che il dopo-Pnrr non sarà, almeno da questo punto di vista, un grande punto interrogativo».







