MESTRE - Una sentenza dal valore morale. Un riconoscimento chiesto dalla famiglia per ridare dignità al loro caro. Quella dignità che gli era stata tolta con il licenziamento del 31 luglio del 2024. Un’umiliazione troppo grande da sopportare per lui che aveva una carriera lavorativa ineccepibile. Non aveva nemmeno avuto il coraggio di comunicarlo ai propri familiari schiacciato dalla vergogna. A distanza di dieci giorni, l’11 agosto, la decisione di farla finita togliendosi la vita nella propria abitazione che condivideva con la mamma. Aveva 55 anni. Ora il giudice Anna Menegazzo della sezione per le controversie di lavoro del tribunale di Venezia ha sentenziato che il licenziamento di Paolo Michielotto «costituiva una sanzione sproporzionata» e ha anche chiesto un risarcimento pari a quindici mensilità a favore della sorella.
«Mia fratello era una persona onesta, brava e altruista. Ha lavorato per venticinque anni nella stessa azienda in modo integerrimo, dando anima e corpo - racconta la sorella Maria Cristina - le parole del giudice riabilitano la sua figura, ma non tolgono il nostro dolore, a noi manca tanto, manca a me, al fratello, alle due nipoti e a tutti gli amici». Era stata proprio la sorella a voler intraprendere la causa di lavoro contro il licenziamento, malgrado il fratello non ci fosse più. «Volevo sapere se quel licenziamento era legittimo oppure no - racconta - e ora si dimostra che non lo era. Volevo riabilitare la figura di mio fratello, quando lo licenziarono non disse nulla in famiglia, per lui era un’onta troppo grande. Un’onta che non ha retto facendo un gesto che nessuno si aspettava e che non era da lui. Era una persona serena e tranquilla che ha fatto il suo dovere per una vita».








