ROVIGO - «La nostra vita si è bloccata martedì, hanno distrutto una famiglia. Mi sono fidato e me l’hanno ammazzato». Nel salotto di casa Seddik, a Fidenza, papà Mohamed parla a fatica. L’italiano è incerto e il dolore blocca le parole che si spezzano in gola. Accanto a lui c’è il fratello Gouda, che lo aiuta a raccontare e a mettere ordine nei ricordi. Con loro, quel giorno, c’erano anche la mamma Yasmin e Aly Harhash, portavoce della comunità egiziana. Tutti insieme per accompagnare Adam in quello che doveva essere un intervento di routine, qualcosa di semplice, come ripetuto più volte dai medici.
Gouda prova a ricostruire gli ultimi momenti, fermandosi spesso. «Giuro sulla mia anima che Adam era tranquillo, sano, felice. È entrato in ospedale tenendomi la mano, poi a un certo punto la lasciava e correva davanti a noi. Era un bambino sereno. Non era mai stato in ospedale se non per quel problema al braccio. È sempre stato bene, aveva superato l’intervento a sei mesi in Egitto senza alcun problema».
La fiducia è la parola chiave che torna in ogni frase. «L’abbiamo portato nel posto migliore, così ci avevano detto. Ci parlavano di un luminare, uno dei migliori in Italia. L’abbiamo incontrato a Firenze. Poi siamo arrivati a Rovigo pieni di fiducia per sistemare un braccio e invece hanno demolito la nostra vita».









