Tre esperte di resale spiegano perché gli stilisti contano ancora: “Quando cambiano, l’interesse sale, e così i prezzi”

di Silvia Schirinzi

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“Dopo la nomina di Matthieu Blazy da Chanel, abbiamo subito registrato l’interesse per i suoi accessori da Bottega Veneta, che sono diventati quasi oggetti da collezione”, racconta Gayaneh Guiragossian, art & style director di Vestiaire Collective, piattaforma punto di riferimento nel second hand di lusso. Osserva lo stesso fenomeno Sarah Davis, pioniera del luxury resale con Fashionphile e autrice di The Book of the Iconic Bags (Assouline): “Il mercato dell’usato reagisce abbastanza in fretta ai cambi di direzione creativa e risponde prima alle esigenze dei consumatori rispetto al retail (dalla passerella ai negozi in genere passano sei mesi, ndr)”, nota l’esperta. “Prima c’è un picco della domanda per la “fase finale”. Quindi un aumento della ricerca sul marchio, alimentata anche dalle speculazioni sul valore di rivendita. Un esempio: in seguito all’uscita di Demna da Balenciaga, le vendite della borsa Le City sono aumentate del 525% su base annua”. Nella settimana successiva all’addio di Alessandro Michele da Gucci, le ricerche su Vestiaire per il brand sono cresciute di oltre il 23%, Jonathan Anderson da Dior ha generato un aumento del 210% mese su mese nelle ricerche del suo nome e il debutto di Louise Trotter da Bottega Veneta ha stimolato la curiosità per il suo Carven. “Questo dimostra che, per molti consumatori, la moda riguarda tanto la figura dell’autore quanto i brand. Collezionano capi legati a una visione creativa, come fossero capitoli nella storia di uno stilista”, precisa Guiragossian.