La possibilità che una stessa struttura sia capace di rilevare una sollecitazione, interpretarla e trasformarla in una risposta apre una nuova fase nell’ingegneria dei materiali, in cui la materia diventa un sistema attivo, in grado di generare informazioni e adattarsi all’ambiente in cui opera. In questo filone di ricerca, dove comportamento e funzione emergono direttamente dalle caratteristiche del materiale, si articola il lavoro di Eleonora Tubaldi, professoressa all’Università del Maryland negli Stati Uniti. «Non vogliamo che una struttura si limiti a deformarsi sotto un carico», spiega. «L’obiettivo è renderla in grado di dirci cosa sta succedendo e, allo stesso tempo, di modificare il proprio comportamento in base agli stimoli che riceve». È un cambio di prospettiva che si ispira più al mondo biologico che a quello dell’ingegneria tradizionale, dove l’intelligenza non è concentrata in un unico punto ma distribuita all’interno di una materiale esteso.
Questa storia ha radici anche nella storia personale di Tubaldi. Cresciuta a Recanati nelle Marche, ha sviluppato fin da subito una curiosità per i fenomeni fisici complessi. Ne è esempio calzante la vela di una barca: una superficie che si deforma sotto l’azione del vento e genera una forza propulsiva, interagendo con un fluido e con un ambiente che cambia continuamente. Da qui l’interesse per l’interazione tra strutture e fluidi che l’ha portata a studiare ingegneria aerospaziale al Politecnico di Milano e poi a proseguire il percorso in Canada, all’École Polytechnique di Montréal. In queste esperienze ha consolidato una doppia traiettoria, tra studio delle strutture e dei fluidi, che continua a guidare tutta la sua attività di ricerca. «Si passa da ali aeronautiche a sistemi sottomarini fino al corpo umano», racconta la professoressa. «Alla base c’è però sempre la stessa fisica: cambiano le scale, cambiano i materiali, ma le equazioni restano le stesse».








