L’incertezza è «eccezionalmente elevata». Questo perché «il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha aggravato un quadro internazionale reso già fragile dalle perduranti tensioni geopolitiche e commerciali». Nel suo secondo Bollettino economico del 2026, la Banca d’Italia certifica come l'escalation mediorientale abbia invertito la rotta della ripresa globale in modo brusco. Il blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz, «snodo cruciale per l’approvvigionamento globale di gas naturale, petrolio e altre materie prime essenziali», ha innescato una fiammata dei prezzi energetici che minaccia di soffocare lo sviluppo. Per l’Italia, il rischio è quello di una frenata significativa: se nello scenario base il Pil salirà appena dello 0,5%, il protrarsi delle ostilità «potrebbe deprimere la crescita per circa mezzo punto percentuale nell'anno in corso e per un punto nel prossimo». Messaggio che si unisce a quello del Fondo monetario internazionale.

La frenata del commercio globale

La guerra ha peggiorato le prospettive economiche mondiali proprio mentre i mercati finanziari mostravano già evidenti segni di vulnerabilità. «L'imprevedibilità delle conseguenze del conflitto ha acuito i rischi di correzioni sui mercati, aggiungendosi a quelli derivanti da un possibile ridimensionamento delle attese di redditività del settore tecnologico», specificano gli economisti di Via Nazionale. In questo contesto, il commercio mondiale, che si era già contratto nel quarto trimestre del 2025, rallenterebbe ulteriormente nel 2026. Le stime del Fondo monetario internazionale indicano un’espansione del prodotto globale pari al 3,1%, che tuttavia «scenderebbe intorno al 2 in uno scenario particolarmente grave». Anche l’area euro risente della crisi, con una crescita rivista al ribasso allo 0,9% per l’anno in corso. L’inflazione al consumo nel Vecchio Continente è attesa al 2,6%, ma «in uno scenario particolarmente sfavorevole l’inflazione potrebbe superare il 4 per cento annuo nel periodo 2026-27». Nonostante le pressioni, nella riunione di marzo il Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha lasciato invariati i tassi ufficiali, pur segnalando la necessità di «valutare le conseguenze del conflitto sulle prospettive di inflazione».