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L'esordio dello scrittore americano è ancora oggi un tornado letterario

L'avevamo perso di vista dieci anni fa. L'ultima volta Thomas Clayton Wolfe era risorto sul grande schermo con le affascinanti sembianze di Jude Law in Genius. Interpretazione all'altezza, malgrado l'attore britannico dichiari scarsi centottanta centimetri, venti in meno del gigante della Carolina del Nord. Più utile ad alimentare la leggenda del genio incompreso prematuramente scomparso che a riconsiderare la sorprendente modernità delle sue opere.

Il regista Micheal Grandage, profondo conoscitore del teatro shakespeariano e dei suoi codici, ci restituisce un Wolfe sin troppo barbarico, affamato di vita e divorato dall'urgenza della scrittura. La pellicola ricostruisce il burrascoso quanto prolifico sodalizio umano e artistico tra il vulcanico Wolfe e Maxwell Perkins, il celebre editor che, forbici alla mano, lo sottrasse a un gramo destino di insegnante precario e di inevitabili rifiuti editoriali. Perkins riuscì nell'impresa di imbrigliare il torrenziale talento dello scrittore entro i margini di un'opera pur sempre fluviale ma compiuta, che diede all'autore l'immediata popolarità.