Orbàn sconfitto, Trump contestato, Meloni battuta, Nietanyahu isolato: la burrascosa stagione dell’ascesa si è conclusa, addio effetto “rottura del sistema”. La ragion di Stato mette in crisi credibilità e identità

Trump e Netanyahu contestati, Orbàn e Meloni sconfitti, Putin e Zelensky isolati, Erdogan e Milei accerchiati. Il sovranismo è finito? No, ma il mood è cambiato e la stagione che si apre sarà molto differente perché molte leadership nazionaliste sono costrette a misurarsi con equilibri internazionali complessi che mal si conciliano con le narrazioni semplici.

Il sovranismo ha girato una boa perigliosa, ritrovandosi nel mare sconosciuto della ragion di stato. In molti Paesi europei le forze sovraniste stanno cercando – o hanno cercato – di istituzionalizzarsi a capo dei governi, diventando più pragmatiche e meno radicali: passaggio difficile per movimenti nati come risposte perentorie a problemi globali. Il tutto è poi incendiato dal cattivismo della Casa Bianca, che ha dimostrato come alla lunga i sovranismi rischino di remare l’uno contro l’altro.

Può essere l’avvio del declino, ma non lo è automaticamente. Potrà esserci un adattamento, o persino un’estremizzazione, specie sul terreno più fertile: le tensioni migratorie. Ma di certo è finita la fase della burrascosa ascesa e delle spinte anti-sistema: accesso al governo, guerre sporche, stretta delle spese americane, crisi energetiche e inflazione hanno imposto prove di realtà terribili da affrontare da chi ha fatto fortuna protestando. Sono sorti seri problemi di capacità e coerenza. Questo porta anche a una crisi identitaria, creando attrito laddove era più semplice attrarre consenso. Basti pensare a Trump: oggi è preso di mira anche dagli oltranzisti Maga e su questo impatto sarà misurato davvero il trumpismo.