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14 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 14:29

Il mercato petrolifero globale è entrato in una fase di stress senza precedenti. La cartina di tornasole è che al maggior crollo dell’offerta mai registrato seguirà, nelle previsioni dell’Agenzia internazionale per l’energia, la contrazione della domanda più forte dai tempi della pandemia. La guerra in Medio Oriente, spiega l’ultimo Oil Market Report della Iea, ha provocato a marzo una contrazione delle quantità disponibili di oltre 10 milioni di barili al giorno con prezzi saliti fino a circa 130 dollari al barile e punte ancora più elevate sul mercato fisico. Ma ora è in arrivo anche, causa scarsità e prezzi elevati, quella che in gergo economico si definisce “distruzione della domanda”: l’aggiustamento forzato (al ribasso) dei consumi.

Il cuore della crisi è sempre lo Stretto di Hormuz, snodo da cui prima del conflitto scatenato da Usa e Israele transitava circa un quinto del petrolio mondiale. Prima ancora del blocco statunitense per le navi dirette o in partenza dai porti iraniani e dalle aree costiere, iniziato lunedì pomeriggio e destinato a fermare l’export di petrolio da parte di Teheran, i flussi si sono ridotti a meno di 4 milioni di barili al giorno, contro oltre 20 milioni di febbraio. Le rotte alternative, dai terminal sauditi sul Mar Rosso agli hub emiratini fino all’oleodotto iracheno verso la Turchia, non sono in grado di compensare il deficit. Il risultato è una perdita netta di export superiore a 13 milioni di barili al giorno. I danni alle infrastrutture e le interruzioni produttive intanto stanno riducendo ulteriormente l’offerta disponibile. Il greggio disponibile sul mercato fisico viene scambiato a livelli ben superiori rispetto ai contratti future, indicando una tensione estrema sull’offerta immediata. I raffinatori, privati delle forniture mediorientali, sono costretti a competere per carichi alternativi sempre più scarsi. I prezzi dei prodotti raffinati, in particolare i distillati, hanno raggiunto livelli record.