In attesa che petrolio e gas tornino a fluire dai Paesi del Golfo, attraverso lo Stretto di Hormuz, verso i mercati del mondo com’era accaduto fino al 27 febbraio scorso, ieri l'annuncio della riapertura (seppur a termine) del canale che separa Iran e Oman è bastato a far crollare il prezzo di greggio e gas e a far impennare le Borse in Europa e negli Stati Uniti. L’effetto è stato simile a quello riscontrato un paio di settimane fa, quando gli Usa e l’Iran si dissero disponibili a colloqui per un cessate il fuoco dopo un mese di bombe, droni e missili. Attraverso Hormuz transitava ogni giorno circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto: 20 milioni di barili al giorno, vale a dire 600 miliardi di dollari l’anno.
Ma, questa volta, l'effetto potrebbe essere meno effimero, dato che la trattativa-bis (che dovrebbe tenersi nuovamente a Islamabad forse già da domani, secondo quanto ha rivelato l’agenzia Axios) partirà con uno Stretto di Hormuz aperto e con la disponibilità da parte di Teheran di consegnare l'uranio arricchito in suo possesso, due condizioni sulle quali la delegazione iraniana l'altra volta si era rifiutata di negoziare.
E dire che la giornata di ieri, sui mercati, era iniziata all'insegna dell'incertezza. A Milano, Piazza Affari aveva aperto con un +0,2%, in linea con Parigi e Francoforte, ma meglio di Londra. Segnali debolmente positivi erano arrivati dal prezzo del petrolio, con i futures a giugno sul Brent appena sotto i 98 dollari al barile (-1,6%) e quelli sul Wti a 93 dollari (-2%).











