Esiste una tendenza, tanto diffusa quanto pericolosa, a liquidare le iniziative di Donald Trump come semplici follie estemporanee. Questa narrazione rischia di essere il più grande successo dei suoi strateghi. Lungi dall’essere caos casuale, l’agire istrionico del tycoon risponde a un disegno preciso: occultare l’adesione ad un progetto di controrivoluzione mondiale, avviato da un asse di potenze autoritarie, intenzionate a scardinare definitivamente l’ordine costituzionale liberal-democratico e il diritto internazionale.

Questo progetto obbedisce innanzitutto ai canoni della guerra ibrida, dove la propaganda non serve a convincere, ma a destabilizzare e paralizzare la volontà politica degli avversari. Già ai tempi del Rapporto Mueller, l’indagine del Congresso americano fece emergere i legami intensi e sistematici tra i collaboratori di Trump ed esponenti dell’intelligence russa. Il fatto che Trump abbia negato, contro ogni evidenza, quegli incontri non è un dettaglio, ma la prova di una sintonia d’intenti (che ho documentato nei miei articoli del 2024-2025) che va oltre la diplomazia.

A dare un nome a questa strategia è stato Steve Bannon, l’ideologo radicale del movimento MAGA, con una sincerità che rasenta l’impudenza. All’indomani della vittoria del novembre 2024, Bannon ha chiarito il concetto: la rapidità dell’azione esecutiva è l’arma suprema. Non si tratta semplicemente di vincere una battaglia, ma di muoversi così velocemente da impedire alle democrazie americane e mondiali di approntare difese efficaci. Lo scopo è creare una nebbia cognitiva: il fronte democratico non deve sapere dove, come e quando si svilupperà l’attacco successivo, restando paralizzato in una perenne rincorsa.