Uno scarafaggio ci salverà dalla plastica? Secondo uno studio recente, la Blaptica dubia, meglio nota come blatta argentina è in grado di mangiare uno dei materiali plastici più resistenti alla degradazione naturale: il polistirene (o polistirolo). Nella sua forma pura è uno dei pochi polimeri quasi trasparente quanto il vetro, rigido ma piuttosto fragile, viene usato nel packaging da asporto, negli imballaggi e si presta ad usi estesi perché è leggero. Ma si rompe facilmente, trasformandosi in frammenti microscopici che finiscono nel terreno, nelle acque, nella catena alimentare. Insomma contribuisce in modo massiccio all'inquinamento globale da plastica.

BIODIVERSITÀ

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di Marta Musso

Ma come si è arrivati alla blatta per ripulire la plastica? In passato diversi studi scientifici hanno posto l'attenzione sulle larve di insetti, come i vermi della farina e i bruchi della falena della cera, in grado di mangiare micro frammenti di plastica, perché possono biodegradare il polistirene attraverso il microbiota intestinale. Sebbene abbiano queste capacità, i tassi di successo – per così dire - rimangono molto bassi: tra 0,08 e 0,24 mg per individuo al giorno.