L’inquinamento da plastica si sta rivelando una delle principali emergenze ambientali di questi anni. E non è un caso: si tratta di un materiale resistente e non idrosolubile, caratteristiche che la rendono perfetta per una moltitudine di applicazioni industriali, ma che al contempo impediscono alla natura di eliminarla con i suoi metodi tradizionali. Per questo, si accumula un po’ ovunque: nel suolo, nei mari, e persino negli organismi viventi. Trovare un’alternativa non è facile, ma due ricercatori dell’Institute for Bioengineering of Catalonia (Ibec) pensano di esserci riusciti: la loro ultima invenzione – presentata su Nature communications – è infatti un materiale biodegradabile che invece di sciogliersi, a contatto con l’acqua diventa ancora più resistente.
L’intuizione dalla natura
“Per oltre un secolo abbiamo dato per scontato che per resistere all’ambiente i materiali dovessero diventare inerti”, spiega Javier G. Fernández, professore dell’Ibec e coautore dello studio. “Questa ricerca dimostra l'opposto: i materiali possono prosperare interagendo con l'ambiente circostante, anziché isolarsi da esso”.
A dare il la alla ricerca – racconta – è stata un’osservazione arrivata praticamente per caso, studiando il comportamento delle zanne di un verme marino (Nereis virens), che, private dello zinco, si idratano e diventano molli una volta a contatto con l’acqua. I metalli – hanno ragionato i due ricercatori – sembrano quindi svolgere un ruolo fondamentale nella capacità di resistere all’acqua di materiali biologici come la chitina che compone le zanne dei vermi marini.






