Se per decenni abbiamo pensato che a mettere a rischio gli ecosistemi acquatici fossero per lo più gli scarichi industriali e il deflusso dei fertilizzanti agricoli, da qualche tempo sappiamo che c’è molto di più: la plastica derivata dal petrolio non inquina solo visivamente, ma sta destabilizzando profondamente quei delicati equilibri. A ribadirlo, ora, anche un recente studio condotto dall'Università della California a San Diego e pubblicato sulla rivista Communications Sustainability, che ha rivelato anche in che modo la massiccia presenza di microplastiche metta in crisi gli ambienti acquatici, attraverso un effetto a cascata.
Le microplastiche possono influire sulla salute degli oceani
di Anna Lisa Bonfranceschi
L’equilibrio spezzato
Stando a quanto osservato dai ricercatori anche in contesti sperimentali (hanno confrontato diversi tipi di plastiche in 30 stagni artificiali per 3 mesi), le microplastiche - minuscoli frammenti ormai onnipresenti che sono stati rinvenuti persino nel sangue umano e in organi vitali come il cervello e i polmoni - sono la causa del crollo delle popolazioni di zooplancton, ossia l’insieme di piccolissimi animali che vivono in sospensione nella colonna d’acqua. Questi organismi, per quanto minuscoli, svolgono però un ruolo ecologico cruciale, nutrendosi di alghe (fitoplancton) e regolandone la crescita: senza di loro, le alghe proliferano in modo incontrollato. È l’innesco di una cascata di eventi che ha ripercussioni sull’intero ecosistema.






