Dire bioplastica non si traduce automaticamente in biodegradabile. La bioplastica non ha origine dal petrolio come la plastica, ma da biomasse come mais, canna da zucchero, cellulosa o oli vegetali. Può essere riciclata con la plastica o non riciclabile, può impiegare molti anni prima di degradarsi nell'ambiente, oppure può essere trasformata in compost per l'agritcoltura, ma solo all'interno di un processo industriale. Insomma i “ma” sono diversi, e non si tratta di dettagli trascurabili, se l'Università di Pisa ha svolto uno studio specifico con l'obiettivo di contrastare quell'illegalità che si nasconde dietro l'ombrello del nome bio.
L'ateneo, infatti, insieme al consorzio nazionale per il riciclo organico delle bioplastiche compostabili Biorepack, ha sviluppato uno strumento in grado di identificare il materiale non biodegradabile aggiunto in maniera fraudolenta nel processo di produzione degli imballaggi in plastica, ma anche di quantificarlo.Nello specifico, lo studio - pubblicato sul Journal of Analytical and Applied Pyrolysis - è stato portato avanti da un team del Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Pisa, guidato da Erika Ribechini, docente di chimica, con i colleghi Marco Mattonai, Federica Nardella e Marta Filomena. Ma perché è così importante poter individuare il polimero non biodegradabile nascosto dentro la bioplastica?







