Se gli occhi sono puntati sul prezzo della benzina, sebbene calmierato dal taglio alle accise voluto dal governo Meloni, c’è molto altro petrolio nella nostra vita. È nella plastica delle bottiglie d’acqua, dei flaconi dei detergenti, degli imballaggi di gran parte dei prodotti che acquistiamo. Nonostante l’Unione europea abbia cercato di arginarne il consumo, l’Italia continua a usarne e importarne volumi ingenti. E continua a subire le oscillazioni dei prezzi, anche dopo il cessate il fuoco tra Iran, Israele e Stati Uniti.Cosa cambia con la guerra in IranLa riapertura dello stretto di Hormuz è ancora lontanaIl prezzo del petrolio resta instabile e più alto di prima della guerraL’Italia, un paese di plastica (che finisce in gran parte nel packaging)E la plastica bio-based? Non dipende dal petrolio, ma in Italia è in sofferenzaPerché la bioplastica arranca, tra concorrenza dalla Cina e buchi nella direttiva SupLe bioplastiche stanno diventando più competitive, ma è un processo lentoLa riapertura dello stretto di Hormuz è ancora lontanaLa riapertura dello stretto di Hormuz, da cui transita un quinto del petrolio globale, era la condizione che Donald Trump aveva imposto per il cessate il fuoco di venti giorni concordato nella notte (ora italiana) dell’8 aprile. Poche ore dopo, però, i raid aerei israeliani hanno colpito improvvisamente Beirut, in Libano. E, come rappresaglia, l’Iran ha nuovamente bloccato il passaggio. Imponendo unilateralmente un pedaggio che nessuno vuole pagare.Poche ore dopo il fallimento dei colloqui a Islamabad, Trump ha dichiarato nel suo social network Truth che la stessa Marina militare statunitense bloccherà lo Stretto di Hormuz. "Nessuno di coloro che pagano un pedaggio illegale avrà un passaggio sicuro in alto mare. Inizieremo anche a distruggere le mine che gli iraniani hanno piazzato negli Stretti", ha aggiunto.Anche qualora la crisi dovesse ricomporsi, lo snodo non si sbloccherebbe da un giorno all’altro. Bisognerà smaltire la coda delle centinaia di navi da carico e petroliere bloccate su entrambi i lati. Navi che ci metteranno almeno un mese per raggiungere l’Asia o l’Europa. Sempre ipotizzando che nel frattempo si sia raggiunto un accordo che ad oggi appare lontano.Il prezzo del petrolio resta instabile e più alto di prima della guerraL’annuncio dell’accordo è bastato per far scendere il prezzo del petrolio. Il Brent – il benchmark per l’Europa – è crollato immediatamente del 15% arrivando al di sotto dei 92 dollari al barile, mentre lo statunitense Wti (West Texas Intermediate) si attestava poco al di sotto dei 94 dollari. Non appena la fragilità dell’accordo è apparsa evidente, i prezzi sono subito tornati a salire. Nella mattina del 10 aprile, il Brent supera i 96 dollari al barile e il Wti sfiora i 100. Quotazioni ben superiori rispetto a quelle pre-guerra, pari a circa 70 dollari al barile. D’altra parte, in risposta agli attacchi statunitensi e israeliani, l’Iran ha preso di mira le infrastrutture petrolifere nella regione del Golfo: potrebbero volerci mesi per riavviare la produzione. I prezzi alti e instabili si ripercuotono a cascata sui settori che si reggono sul petrolio. Come la plastica, appunto.L’Italia, un paese di plastica (che finisce in gran parte nel packaging)Plastica di cui l’Italia è un’accanita consumatrice e importatrice. Il think tank Ecco ha messo in fila un po’ di dati. L’Europa di per sé non è una grande produttrice di plastica: nel 2024 ha totalizzato 54,6 milioni di tonnellate, su un totale globale di 430,9 milioni di tonnellate che per oltre la metà proviene dalla Cina e da altri Paesi asiatici. Quello che fa il nostro Paese, piuttosto, è lavorarla: stando ai dati del 2021, i più recenti a disposizione, circa il 14% della plastica utilizzata dai trasformatori europei passa dalle imprese italiane, seconde solo a quelle tedesche (23,2%).Con un controvalore di oltre 22 miliardi di euro nel 2024, l’Italia è il sesto importatore al mondo di plastica e prodotti in plastica, destinati soprattutto al packaging. Packaging che, inevitabilmente, dopo l’uso finisce nella spazzatura: il nostro Paese si attesta su una media annua di quasi 39 kg pro capite di rifiuti da imballaggi in plastica, superiore a quella europea (35 kg).Insomma: importiamo sia polimeri e monomeri, sia bottiglie, contenitori e altri imballaggi finiti. In entrambi i casi, le oscillazioni dei prezzi si fanno sentire. Tant’è che, all’indomani dello scoppio del conflitto in Medio Oriente, Mineracqua – l’associazione di categoria dei produttori di acqua minerale – aveva puntato il dito contro i fornitori (soprattutto asiatici) che avevano immediatamente incrementato del 30% i prezzi delle materie prime per bottiglie e tappi, anche per i contratti già in essere. “Siamo un settore a basso margine e, quindi, non abbiamo spazio per assorbire un simile incremento”, aveva spiegato il vicepresidente e consigliere delegato Ettore Fortuna. “A malincuore saremo costretti a rovesciare gran parte degli incrementi sui consumatori”.E la plastica bio-based? Non dipende dal petrolio, ma in Italia è in sofferenzaDavvero non esistono alternative? Una la conosciamo molto bene: si tratta delle plastiche bio-based, prodotte a partire da biomasse come il mais; alcune sono biodegradabili e compostabili, altre vanno smaltite con la plastica tradizionale. Era la rivoluzione promessa da Bio-on, l’ex-unicorno bolognese fallito nel 2019 dopo un attacco speculativo e un’inchiesta che ne ha azzerato i vertici.Archiviata questa vicenda, l’Italia nell’ultimo decennio ci ha creduto, tanto da sviluppare una filiera all’avanguardia in Europa. Il fatturato delle bioplastiche (categoria in cui, va ricordato, ricadono anche le plastiche derivanti dagli idrocarburi ma biodegradabili) è passato dai 400 milioni di euro del 2014 agli 1,17 miliardi del 2022, il suo anno di massimo splendore.Nell’ultimo biennio, però, il segmento appare in sofferenza. Nel 2024 il suo giro d’affari si è fermato a 704 milioni di euro. Continua comunque a dare lavoro a poco meno di 3mila persone: comparandolo con il settore plastica nel suo insieme, dunque, il suo peso sull’occupazione (1,9%) è leggermente più alto di quello sul fatturato (1,4%).Perché la bioplastica arranca, tra concorrenza dalla Cina e buchi nella direttiva SupMa cosa può spiegare un crollo del fatturato del 40% in due anni? Secondo uno studio realizzato da TEHA Group in collaborazione con Federchimica-PlasticsEurope Italia, da un lato c’è la Cina che invade il mercato con prodotti che spesso “risultano non conformi alle normative Ue e favoriti dalla carenza di controlli su tracciabilità e composizione dei materiali”. Dall’altro lato entra in gioco la famosa direttiva europea contro la plastica monouso: è vero infatti che – anche su pressione dell’Italia – prevede una deroga per le plastiche compostabili certificate, ma è vero anche che ha aperto la strada alle non meglio definite stoviglie di plastica “riutilizzabili” (che, denuncia Legambiente, costano meno rispetto a quelle in bioplastica e finiscono comunque nel cestino dopo un solo utilizzo).Una norma contenuta nel decreto Pnrr interverrà proprio su questa lacuna, definendo i criteri per le stoviglie riutilizzabili: lo sottolinea a Wired Italia il presidente di Assobioplastiche Luca Bianconi, citandola tra le misure che “possono accelerare l’adozione delle bioplastiche in Italia”. La seconda “riguarda il regolamento imballaggi (Ppwr) ed è la proposta di regola tecnica per la definizione degli obblighi di biodegradabilità e compostabilità di alcuni imballaggi in plastica monouso che l’Italia ha inviato alla Commissione europea”.Le bioplastiche stanno diventando più competitive, ma è un processo lentoOra che la produzione e l’importazione di plastica scontano la volatilità dei costi, è arrivato il momento propizio per una ripresa delle bioplastiche? Luca Bianconi è più cauto. “Nel campo delle plastiche tradizionali l’andamento dei costi ha un carattere maggiormente speculativo: un evento politico o economico significativo si riflette subito sui prezzi”, spiega a Wired Italia. “Le bioplastiche risultano meno esposte a questi sbalzi: ciò è dovuto anche alle filiere integrate più corte che portano benefici maggiori in termini di stabilità dei prezzi”. Ciò non significa che il settore sia del tutto immune alle tensioni geopolitiche, perché deve scontare comunque l’incremento dei prezzi dell’energia e dei trasporti. Ma, col tempo, i materiali compostabili potrebbero diventare più competitivi agli occhi degli operatori. Non sarà un cambiamento immediato, perché “da un punto di vista industriale non si potrebbero sostituire in maniera semplice e generalizzata i materiali utilizzati”.