Il settore della plastica e degli imballaggi si trova al limite di due scenari: per ora il materiale si trova, ma l’esaurimento degli stock potrebbe arrivare a breve. È uno dei tanti campi colpiti dalle conseguenze della guerra degli Usa e Israele all’Iran, perché si basa sulla lavorazione di gas e petrolio, da cui si ricavano idrogeno e carbonio.
«Noi importiamo polimeri, che in sostanza hanno l’aspetto di granuli - spiega Paolo Clot, sales director di Roboplast, azienda specializzata nel packaging con sede a Vignolo -. La situazione è pesante, sia per l’export di petrolio, sia per gli impianti di raffinazione presenti in quelle zone. Ce ne sono molti in Oman, ma anche in Pakistan e India. C’è tutto un settore di produzione di semilavorati che sta risentendo della situazione, perché il materiale viene prodotto in un luogo ma poi trasformato altrove. Oggi ormai il mondo è veramente piccolo».
Il conflitto iniziato il 28 febbraio ha colto di sorpresa tutti, sia nei fatti che negli sviluppi. «Nella prima settimana sembrava che dovesse rientrare tutto a breve, però è iniziato subito il boom dei prezzi, in buona parte dovuto alla speculazione - afferma Clot -. Nella prima settimana circa c’è stato un aumento del 30%, quella successiva di un altro 10%, ora siamo a un aumento del 60%. Queste non sono variazioni dovute al mercato».








