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Péter Magyar, favorito alle elezioni di oggi in Ungheria, promette di riavvicinarsi a Bruxelles e di lottare contro la corruzione. Su immigrazione e Ucraina il distacco da Orbán potrebbe però non essere così netto
Quella che si sta svolgendo oggi in Ungheria è un’elezione che segna, qualsiasi sia il suo risultato, la fine di un capitolo nella storia del Paese. Anche in caso di riconferma di Viktor Orbán, data per improbabile da sondaggi e scommettitori, l’orbanismo come l’abbiamo conosciuto sin qui sembra arrivato al capolinea. Ad imprimere la spallata fatale a quello che un tempo era considerato il campione democratico ungherese, al potere ininterrottamente da 16 anni, potrebbe essere, ironia della sorte, proprio uno dei figliocci del partito al governo, Fidesz, Péter Magyar.
La resa dei conti per il futuro dell’Ungheria si è consumata nel corso di una campagna elettorale al cardiopalma segnata da accuse di potenziali attacchi alle infrastrutture energetiche (Orbán ha incolpato l’Ucraina per il ritrovamento di esplosivi in prossimità di un gasdotto che trasporta gas russo verso l’Ungheria e la Serbia), rivelazioni su contatti telefonici continui tra il ministro degli Esteri di Budapest e l’omologo russo Sergei Lavrov e persino il tentativo di un ricatto a luci rosse ai danni di Magyar.














