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Ultimo aggiornamento: 9:07
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Viktor Orbán le ha provate tutte. Si è messo “al servizio” di Vladimir Putin, scatenando le opposizioni che ipotizzano ingerenze russe nel voto, e ha chiesto l’aiuto di Donald Trump che, a pochi giorni dall’appuntamento elettorale, ha inviato in Ungheria il vicepresidente JD Vance per partecipare a un comizio del primo ministro uscente. Perché in ballo, in queste elezioni parlamentari, c’è veramente tanto. C’è il futuro del Paese che negli ultimi 15 anni ha conosciuto un solo premier. Ma c’è anche il futuro della fronda nazional-populista in Europa che domenica 12 aprile rischia di perdere il suo leader più importante, colui che più di tutti ha contribuito a rendere il Gruppo di Visegrád la prima enclave sovranista nell’Ue. Lo sforzo per frenare l’ascesa dello sfidante Peter Magyar è stato enorme e senza regole: Orbán ha inasprito lo scontro con l’Ucraina tirando in ballo gli interessi nazionali ed energetici ungheresi, ha chiesto aiuto agli alleati più influenti e così è riuscito a recuperare in parte uno svantaggio che, fino a un mese fa, sembrava condannarlo inevitabilmente alla sconfitta.












