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27 FEBBRAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 8:11

L’ufficio da primo ministro ungherese è come una seconda casa per Viktor Orbán. Lì dentro, nei passati 16 anni, ha dialogato con capi di governo, ha pensato le riforme “illiberali” che hanno caratterizzato i suoi quattro mandati consecutivi, ha studiato le strategie che lo hanno reso inviso alle istituzioni europee e anche ai suoi ex colleghi all’interno del Partito Popolare Europeo. A poco più di un mese dalle elezioni ungheresi, però, l’uomo forte di Budapest sa che molto probabilmente quelli che sta vivendo sono i suoi ultimi giorni alla guida del Paese e che le chiavi di quell’ufficio dovrà cederle al suo ex braccio destro in Fidesz e oggi principale avversario politico, Péter Magyar. Gli ultimi sondaggi dell’istituto demoscopico Median, in vista del voto del 12 aprile, lo danno 20 punti percentuali in svantaggio anche se il leader magiaro proverà in ogni modo a ribaltare una situazione che appare ormai compromessa. Con l’Ue che guarda interessata: l’addio di Orbán toglierebbe dal tavolo dei 27 il più influente esponente del nuovo nazionalismo europeo.

La fine dell’epoca Orbán, se le elezioni lo vedranno sconfitto, avrà ripercussioni su un Paese, l’Ungheria, che si risveglierà da una stagione politica durata 16 anni. Ma anche in Unione europea l’attenzione è massima. Il suo governo è uno di quelli che più di tutti è finito sotto accusa per la violazione dei principi fondanti dell’Ue, costringendo le istituzioni ad attivare, in alcuni casi, la clausola di sospensione che ne ha limitato i poteri in sede di Coniglio Ue. E anche in questi giorni, con l’Ungheria è iniziato un nuovo scontro sul nuovo pacchetto di sanzioni alla Russia, il ventesimo, e soprattutto sul blocco del prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina. Dopo il danneggiamento dell’oleodotto Druzhba che trasporta petrolio russo fondamentale per la sopravvivenza energetica dell’Ungheria, il premier ha deciso, insieme all’alleato slovacco Robert Fico, di sospendere il prestito a Kiev fino a quando questa non si sarà occupata di riparare le pipeline. L’Ue, che ha promesso quei soldi a Volodymyr Zelensky per continuare a resistere alle pressioni di Mosca, deve trovare un modo di convincere (o costringere) il leader magiaro a rispettare gli accordi presi, senza però cedere a forzature che possano rilanciare l’antieuropeismo di Orbán, offrendogli così un vantaggio elettorale. È questa la principale preoccupazione a Bruxelles: non dare appigli a un leader sul finire della sua avventura.