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II premier: "L'opposizione cospira per manipolare il voto". Il rivale: "Il suo è un potere vile". L'attesa di Bruxelles
Il voto in Ungheria non ha il suono della chiamata alle urne, ma quello sordo di una resa dei conti. Alla vigilia delle elezioni parlamentari Viktor Orbán sceglie il registro più estremo della sua lunga stagione politica: accusa l'opposizione di aver «cospirato con servizi segreti stranieri», denuncia brogli «completamente inventati» e prefigura un clima di violenza e delegittimazione prima ancora che le urne si chiudano. Non è solo retorica elettorale: è la costruzione preventiva di un conflitto sulla legittimità del risultato.
Dall'altra parte Peter Magyar, l'uomo che in due anni ha trasformato il suo partito, Tisza, in un contendente credibile, guida i sondaggi e incarna una promessa ambigua: cambiamento, sì, ma senza rotture nette. Il suo consenso, stabilmente sopra il 40%, segnala che qualcosa si è incrinato nel sistema di potere costruito da Orbán in 16 anni. «La serie permanente








