Metti una scrittrice sul lettino, o meglio scopri come lei ci abbia messo tutti i suoi personaggi prima ancora che la psicoanalisi diventasse una scienza. E come campionario di disturbi psichici non c’è male: la depressione della madre nel romanzo Cosima, l’iperattività di Giacinto in Canne al vento, la bulimia di Signoriccu nella novella Il cinghialetto e poi attacchi di panico, sensi di colpa, nevrosi e paranoie.
È passato un secolo dal Nobel per la letteratura assegnato alla scrittrice sarda Grazia Deledda (1871-1936) nel 1926 e la sua analisi dei comportamenti umani, compresi quelli patologici, non ha perso di attualità. A rileggerla in questa chiave è una sua conterranea, la neuropsichiatra dell’età evolutiva Franca Carboni nel saggio Grazia Deledda e il lettino dello psicanalista (Casa editrice Sardinia4d). Un punto di vista originale per una scrittrice che si studia a scuola, ma che pochi hanno davvero letto.
Quelle ansie sono anche le nostre? «I romanzi della Deledda sono modernissimi e io con i ragazzi prendo molti spunti dai suoi personaggi. Diciamo che la utilizzo strumentalmente per divulgare nelle scuole una materia complessa». Per spiegare cosa? «Ad esempio, che un sintomo non è una patologia definitiva e che c’è una differenza tra pensiero e disturbo. Se penso che mi piaccia avere una casa pulita, la pulisco; se poi la pulisco tantissimo questo può essere un sintomo, che diventa un disturbo quando non faccio altro che pulire ossessivamente, fino a sconvolgermi la vita. La Deledda ha descritto una pletora di personaggi con disturbi, praticamente tutto il sistema diagnostico delle malattie mentali, con un’accuratezza e una profondità incredibili. Questa è la sua magia». Come ha fatto la Deledda che aveva solo la quarta elementare e viveva in un’epoca in cui andavano avanti i figli maschi? «La quarta peraltro l’aveva fatta due volte perché le piaceva studiare, poi ha avuto un precettore. Era dotata di una sensibilità innata, una capacità di osservazione fuori dall’ordinario. I legami tra psichiatria e letteratura sono sempre stati stretti, penso a Molière e all’ipocondria del suo malato immaginario, all’ira funesta dell’Orlando Furioso, alla psicosi paranoidea della moglie di Pirandello. Ma nella Deledda abbiamo un vero atlante emozionale». Come è cambiata nel tempo, per esempio, l’ansia che la Deledda descrive magistralmente? «I disturbi psichiatrici non sono cambiati, ma la prevalenza e l’età di insorgenza sì. Soffre di ansia tra il 20 e il 30% della popolazione mondiale e le donne hanno una prevalenza doppia rispetto agli uomini. L’età è sempre più bassa, adesso siamo sui 25 anni e sta scendendo. Un secolo fa i giovani avevano problemi di sopravvivenza e non erano sereni rispetto al futuro, come non lo sono quelli di oggi, con la guerra dietro l’angolo, l’eco-ansia per la Terra, il lavoro che non si trova, i genitori destinati probabilmente a separarsi. All’ansia diffusa si aggiunge la neurodivergenza». La scrittrice descrive anche quella? «Certo, l’iperattività di Giacinto oggi la chiameremmo Adhd, il disturbo da deficit di attenzione/iperattività, e alle dipendenze da alcol si sommano quelle da altre sostanze, ma il senso è lo stesso. Poi c’è la “ruminazione” di tanti personaggi, ossia il pensiero ansioso costantemente rivolto a qualcosa che è successo e di cui non ti puoi liberare. Nel romanzo La madre (1920), l'ansia è un elemento centrale, descritta come il tormento e il sacrificio che la protagonista vive, un'angoscia che non concede pause e che pervade l’intera narrazione. Oggi dettagliamo meglio le patologie ma lei le vedeva già». Conosceva Freud? «Dicono che sia lei sia la sorella pittrice Nicolina avessero interesse per la psiche e la psichiatria. Forse aveva letto i suoi testi, certamente era incuriosita dalle teorie che prendevano corpo proprio in quegli anni. Lasciava una finestra aperta». A proposito di finestre, è vero che passasse ore affacciata a guardare la gente? «I maligni raccontano che detestasse i lavori di casa. Infatti leggeva di nascosto e passava ore alla finestra. Non essendoci tanti stimoli esterni, aveva tempo per osservare e riflettere». Definiva i suoi parenti da parte di madre “mattoidi”, oggi sarebbe, oltre che scientificamente, anche politicamente scorretto? «La Deledda attinge alla sua realtà familiare senza nasconderla: la madre sempre di umore che oggi definiremmo blues, il fratello Santus alcolista, l’altro fratello iperattivo, il nonno che si era ritirato nel podere e parlava con gli animali». Sta per uscire una seconda edizione, ampliata, del suo libro. Per dare spazio a quali altre patologie psichiatriche? «Parlo del pensiero sospettoso e della paranoia, passando per la gelosia e l’invidia, temi modernissimi. La Deledda ha il coraggio di non omettere: descrive anche uno stupro alcolico, un maschio con gli attacchi di panico, i disturbi alimentari prima che fossero codificati».








