Di notte sogna che, nella soffitta della casa dei genitori, una scaletta lo riporta nella libreria milanese più amata. «Quando morirò sappiate che la mia anima si trova al secondo piano del Libraccio sui Navigli», dice Alcide Pierantozzi, 40 anni, ad amici e parenti. La sua storia recente — combinato progressivo di autismo, disturbo bipolare, crisi psicotiche e dipendenze — l’ha strappato al luogo che ama di più, Milano, «la città in grado di nutrire chiunque, fatta a misura dei miei desideri», dove ha vissuto a lungo, diventando scrittore, per costringerlo a tornare in Abruzzo. Anche questo racconta ne Lo sbilico (Einaudi), un libro feroce e assoluto, che ha il dono raro di tenere insieme la vita e la lingua, la spudoratezza, l’urgenza sociale e la sapienza lirica. «Non avevo previsto di scriverlo», ammette. «È successo tutto dopo l’articolo uscito su Lucy, rivista online, l’anno scorso – Fare palestra per non impazzire, sull’uso terapeutico del bodybuilding –, tanti mi hanno mandato messaggi, invitandomi a raccontare di più: l’ho fatto, ma è stato un massacro. Quando l’ho consegnato, a novembre, ho avuto la crisi più forte di sempre. Lo psichiatra spingeva mia madre affinché mi ricoverasse: ero ad altissimo rischio suicidario. In questo il libro non è aggiornato: la terapia farmacologica che assumo ora è molto aumentata».
Alcide Pierantozzi: «Ecco il mio corpo disastrato: la malattia mentale è fisica»
Lo scrittore, 40 anni, nel suo ultimo romanzo "Lo sbilico", racconta le proprie crisi psicotiche. «Nella mia testa qualcosa stava per esplodere, come una febbre che sale. Pensavo: basta un attimo è scoppia tutto»







