Nel libro di Alessandra Arachi, «Lunatica. Storia di una mente bipolare» (Solferino), l’autrice racconta senza filtri il buco nero della depressione, il tentativo di togliersi la vita, il coma, la lenta risalita. In questo estratto, il momento in cui decide di cercare l’uomo che, forzando il finestrino di un’auto, le ha salvato l’esistenza. Il dialogo tra i due — asciutto, pieno di pudore — è il cuore di una pagina che parla di paura, riconoscenza, rinascita.
Per molti mesi avevo continuato a odiare chi era riuscito a salvarmi la vita. Ero rimasta dieci giorni in un coma profondo e al risveglio la mia depressione aveva raggiunto livelli incontenibili. Mi sarei sentita prigioniera di una botola. Senza via di fuga. Spacciata. Non avrei più avuto la libertà per uccidermi, sarei stata costretta a vivere. Lo consideravo intollerabile.
Ma la direzione giusta della vita si può riconquistare. Si può. Una diagnosi corretta, un bravo psichiatra, una psicoterapia adeguata.
Quindici mesi dopo avrei spinto al massimo l’acceleratore del mio scooter lungo la via Flaminia, volevo vederlo in faccia Stefano Cirielli. Volevo vederlo subito. Il giorno prima Vitantonio per aiutarmi si era rivolto ai carabinieri, loro sapevano il nome di chi mi aveva permesso di rimanere in questo mondo e a quel punto anche io non potevo fare a meno di conoscerlo. L’indirizzo che mi avevano dato era quello di una carrozzeria. Stefano riparava macchine. Riparava, per forza. A manetta sulla statale fremevo e fischiettavo, un motivetto allegro, uno dei pochi di Fabrizio De André.







