La psicologa commenta la storia del nostro lettore – firmata con nome e cognome – spiegando che “L’allenamento per lui non è solo prestazione, ma un modo per tenere insieme le parti di sé, per trasformare la solitudine in struttura e la fatica in identità”

di Veronica Mazza

“Sono originario di Pieve di Cadore, con accento veneto che non ho mai perso nonostante vent’anni in giro per il mondo. Seguendo la mia passione sono riuscito a vincere un titolo che nessun atleta italiano era mai riuscito a conquistare prima: Mr. America”. Si forma con nome e cognome, Davide Minuzzo, 51 anni, manager che vive a New York. “Vi scrivo per raccontare la mia storia perché dietro ai trofei c’è molto di più di un semplice percorso sportivo. C’è un’infanzia difficile, senza genitori, c’è l’impiego in fabbrica fin da giovane, la scelta di partire per un posto lontano e sconosciuto. E c’è la convinzione che mi ha sempre accompagnato: la disciplina può cambiare il destino di ognuno”. Se volete raccontare la vostra storia perché venga pubblicata, previa valutazione della redazione, potete scrivere una mail a rinascite@repubblica.it

Le origini: un’infanzia senza radici

“Sono nato tra le montagne del Bellunese. Quando avevo un anno, i miei genitori si separarono e io venni affidato ai miei nonni. Mia madre non l’ho più vista, mio padre era troppo giovane per occuparsi di me. Crescere così ti insegna presto il silenzio e la paura di perdere tutto. Quando i miei nonni si ammalarono avevo sedici anni, li ho assistiti da solo e per mantenere tutti e tre lavoravo già in fabbrica. La mattina operaio, la sera istruttore di palestra. Nel weekend prendevo qualunque lavoro capitasse. In quegli anni ho imparato che la fatica non è una condanna, ma una forma di libertà: se nessuno ti salva, puoi comunque salvarti da solo. A ventinove anni mi offrirono di partire per Hong Kong, non avevo mai preso un aereo, non parlavo inglese, ma dissi sì. Quel sì ha cambiato tutto. È stato il momento di svolta, quello in cui ho iniziato a vivere davvero la mia vita”. La crisi e il corpo che si blocca “In Asia ho imparato il rigore e la precisione. Ho vissuto in Cina, India, Malesia, Dubai e poi negli Stati Uniti, e ovunque fossi, c’era sempre un luogo che mi faceva sentire a casa: la palestra. Era il mio spazio di equilibrio, il posto dove ritrovavo me stesso. Prima cercavo casa, poi una palestra: è sempre stato il mio modo di mettere radici”. Finché qualcosa è cambiato. “Nel 2020 il mio corpo si è fermato di colpo. Non era solo stanchezza: era la somma di anni vissuti in solitudine, spostandomi da un Paese all’altro senza la possibilità di creare relazioni stabili di qualunque natura. In quel periodo, nel giro di tre mesi, ho perso le tre persone più care: mia zia che consideravo una sorella, mio padre con il quale pian piano stavo ricostruendo un rapporto quasi di amicizia e quella madre che non avevo mai conosciuto, ma che speravo un giorno di trovare. Quel dolore, trattenuto per troppo tempo, si è trasformato in blocco fisico: le spalle rigide, una capsulite che non mi permetteva neppure di lavarmi il viso, l’energia che si spegneva. Quella immobilità è durata mesi, ma in quel silenzio, quasi senza accorgermene, è arrivata una domanda che mi aveva sempre salvato: "E adesso cosa faccio?” È stato il primo segnale che dentro di me qualcosa voleva ancora reagire. Così, un movimento dopo l’altro, ho ricominciato. Non per orgoglio, ma perché fare appello alla mia resilienza è quello che ho sempre saputo fare meglio”. A cinquant’anni, ricomincia da capo “Quando ho iniziato a recuperare la spalla, è tornata anche la scintilla che mi accompagna da sempre: quella rabbia buona che mi spinge a non accettare che il dolore abbia l’ultima parola. Questa volta non volevo solo uscire dalla crisi, volevo dimostrare a me stesso che potevo andare oltre, così, a quarantotto anni ho deciso di iniziare a gareggiare nel natural bodybuilding. È diventato il mio modo di rimettere ordine, di tornare a sentirmi vivo. In dodici mesi ho conquistato sette primi posti con quattro federazioni diverse, un risultato raro nel circuito amatoriale. E a 51 anni, al Mr. America di Atlantic City, sono diventato il primo italiano a vincere due titoli. In quel momento non pensavo alla vittoria in sé, ma a ciò che mi aveva portato fin lì: la capacità di reagire quando tutto sembra crollare. Perché la mia rinascita non è nata dal trionfo, ma dalla decisione, ostinata e semplice, di non arrendermi mai. Oggi lavoro come manager a New York, ma continuo a dedicare tempo a chi mi scrive per chiedere un consiglio. Perché la rinascita è trovare, finalmente, il coraggio di essere chi siamo sempre stati”.