La psicologa analizza la sua storia, spiegando che il corpo immobilizzato diventa per lei simbolo di una storia emotiva rimasta ferma per anni. La sua rinascita inizia grazie a sua sorella
di Veronica Mazza
“Per anni ho vissuto al centro del mio mondo, convinta che pensare a me stessa fosse l’unico modo per non soffrire. Ho sempre preteso tanto dagli altri e dato pochissimo in cambio. Credevo di non aver bisogno di nessuno”, ci racconta Elena M., un avvocato penalista di 40 anni che vive a Roma. “Ma quando la vita mi ha messa in ginocchio, quando non ero più in grado neanche di alzarmi dal letto da sola, ho scoperto qualcosa che avevo sempre rifiutato: il valore dell’amore gratuito, della cura, della compassione”.
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La sua vita, prima “Da sempre ho guardato la vita con una lente individualista. La mia carriera, i miei risultati, le mie priorità: tutto ruotava intorno a me. Sono la seconda di due sorelle, e ho sempre percepito Anna come quella ‘perfetta’, quella che non sbaglia mai, quella che aiuta tutti. Io invece ho sempre rifuggito i legami troppo stretti. Non volevo essere frenata da nessuno. Così, quando mia sorella mi chiedeva aiuto o un gesto di vicinanza, trovavo sempre una scusa. Perfino con i miei genitori mantenevo una distanza di sicurezza: una telefonata frettolosa, un compleanno dimenticato, una visita rimandata. Ero convinta che fosse una forma di forza. Oggi so che era paura. Paura di dipendere da qualcuno, paura di essere delusa, paura di mostrare fragilità. Ma allora mi sembrava tutto perfettamente normale: io per me, gli altri per loro”. L’incidente cambia la sua prospettiva






